L'ansia sociale — classificata nel DSM-5 come Social Anxiety Disorder (SAD) e nella ICD-11 come fobia sociale — non è riducibile all'introversione, alla timidezza, né a una generica fragilità emotiva. Io la definisco, sulla base della letteratura neurobiologica e dei dati di ricerca dell'Istituto, come un'ipersensibilità cronica e strutturata del sistema di rilevamento della minaccia sociale: un insieme di strutture neurali che, nell'individuo affetto, reagisce agli stimoli sociali — volti, giudizi, sguardi, contesti valutativi — con un'attivazione difensiva del tutto sproporzionata rispetto al pericolo reale.
Questa ipersensibilità non è una scelta conscia né un errore cognitivo isolato. È un pattern di risposta appreso a livello subcorticale, consolidato attraverso esperienze ripetute di condizionamento negativo, e successivamente automatizzato. In termini neurobiologici, il sistema opera in modalità di bias attentivo alla minaccia con soglia di attivazione patologicamente abbassata.